Dettaglio del documento
- Lo trovi in
- Scheda
- Commenti
- Chi ha letto questo ha letto anche...
Per commentare il titolo o esprimere una valutazione accedere al proprio Spazio personale.
-
29/08/2017
TITOLO ALLUSIVO
In genere apprezzo sempre quando in una storia o in una testimonianza l'autore non parte dal punto cruciale, ma dal principio. In questo caso, Avey non parte dal suo arrivo ad Auschwitz, ma da quando ha iniziato la guerra, narrando il suo combattimento contro l'esercito italiano nel deserto del sud dell'Africa. Questo è fino a ora l'unico caso in cui il principio non l'ho apprezzato, sarà che le tattiche e le movenze della guerra io faccio un po' fatica a capirle e sarà anche per un certo senso di patriottismo (Avey afferma di aver ucciso e preso in giro molti italiani e di non provare rimorso), ma mi sembrava di leggere a vuoto. "Auschwitz. Ero il numero 220543" è un titolo molto accattivante, ma anche, o almeno è sembrato a me, allusorio. Io mi aspettavo una testimonianza struggente sulle fatiche e sulla disperazione del campo, io leggo questo genere di libri appunto per capire la Storia, il dolore e perché credo fermamente nel sottovalutato "per non dimenticare". Avey sì, entrò nel campo di concentramento di Auschwitz, ma come prigioniero inglese e, quindi, in una posizione molto più agevolata rispetto agli ebrei deportati. I tedeschi cercarono di evitare l'incontro tra gli inglesi e gli ebrei, ma non ci riuscirono e Avey incontrò Ernst, un uomo molto deperito e debole. Avey, PER PURA CURIOSITÀ, decide di rasarsi il cranio e scambiare con lui la divisa. Lo scambio lo faranno due volte ed entrambe le volte non durerà nemmeno 24 ore. Sarà comunque un'esperienza traumatica, ma mi sembra comunque un po' una presa in giro. La sua sofferenza, paragonata a quella degli ebrei, mi sembra un insulto. Avey, dopo aver assistito a numerose crudeltà, decide di voler diffondere la conoscenza e la consapevolezza in merito ai campi di concentramento, assenti nel 1944, e non potrebbe essere più sicuro del fatto che non starà zitto. Parlerà, infatti, sessant'anni dopo. Prima soffre per il trauma e lo cura cavalcando tori in Spagna e viaggiando. Grande senso del dovere! Finito di descrivere la sua esperienza ad Auschwitz, Avey racconta di come i mass media l'hanno contattato, convinto a parlare e della fatica per rintracciare la sorella di Ernst, arricchendo il libro di particolari inutili e noiosissimi. Il libro mi ha fatto scoprire particolari sulla guerra e sul campo che non conoscevo, per questo gli darei la sufficienza. Tuttavia Avey mi è sembrato un pallone gonfiato, egocentrico, presuntuoso ipocrita, la sua esperienza è abbastanza noiosa con molti particolari superflui.Hai trovato utile questo commento?SI NO | Segnala come inappropriato

