C’è una frase, tra quelle che Rykwert ricorda nelle sue memorie, che fornisce in un certo senso la chiave di lettura del libro, e, forse, di tutta la sua opera: «L’architettura è un edificio che racconta una storia» – non una costruzione, ma un’abitazione, se la storia che l’architettura racconta non può essere che quella degli uomini che vi hanno abitato.
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Le memorie di Rykwert compitano parola per parola questa storia che l’architettura dei luoghi non smette di raccontare. Dall’infanzia in una famiglia colta e benestante della borghesia ebrea di Varsavia fino alla Londra in cui i Rykwert si rifugiano allo scoppio della guerra; poi l’Italia degli anni ’50, vista in un anti-Grand Tour (Bergamo-Milano-Venezia-Mantova-Roma), dove scopre che nella «forma di vita degli italiani [...] intreccio di convivialità e architettura» poteva sentirsi a suo agio come in nessun altro posto. E sempre ai luoghi sono indissolubilmente legate le persone che li abitano: dal leggendario nonno Benjamin (dziadzius, “il nonnino”, come lo chiamava in polacco il piccolo Joseph) nella casa e nella sinagoga dell’infanzia alla Student Movement House in Gower Street dove incontra Canetti, «grassoccio, baffuto, con un impermeabile di gabardine troppo lungo e una valigetta portadocumenti sdrucita […] a cui il potere interessava più di ogni altra cosa»; dalla Parigi di Gabriel Marcel, «piccolo e burbero […] che sembrava l’incarnazione della France profonde», alla Roma di Bobi Bazlen, «buon ascoltatore» ma «saturnino e minaccioso», e di Bruno Zevi, col quale si lega in una «litigiosa amicizia» durata cinquant’anni. E ancora il Messico di Ivan Illich, e Milano e il gruppo di architetti intorno a Ernesto Rogers e Gio Ponti, e Zurigo, dove visita più volte Siegfried Giedion, che gli contagia «la sua passione per la ricerca delle origini sia dell’arte che dell’architettura». È questo coinvolgimento «appassionato, carnale» con la struttura e la materia dei luoghi fatti dagli uomini che distingue le memorie di questo grande non soltanto storico ma anche archeologo e filosofo dell’architettura da quelle che riempiono oggi gli scaffali delle librerie. G.A.